I GIARDINI

La nostra Masseria ospita un sistema di giardini chiusi di varie dimensioni e con caratteristiche differenti: adiacente alla Chiesa, un portale monumentale in grado di sostenere il confronto con le porte di città introduce al ” giardino delle Api “; sul versante opposto, un cabinet “en plein air” con quattro ingressi funge da cerniera fra vari altri recinti: il frutteto, il mandorleto che comprendente una cinquecentesca ” torre colombaia ” a pianta quadrata) e, soprattutto, il ” giardino delle Statue ” ( detto anche “ Il Giardino dei Continenti “).

La tesi che quest’ ultimo giardino fosse presente già prima dei grandi lavori settecenteschi è avvalorata da una data ” AD 1636 ” incisa sul basolato.

Questo giardino è delimitato da un’alta parete che assume un andamento pseudoconcavo al centro — più che di concavità, è lecito parlare di quarti di cerchio raccordati da un segmento rettilineo – dove si apre un portale-arco di trionfo che immette nel recinto; il tratto di muro più prossimo all’ingresso è scandito da quattro semicolonne che si prolungano anche al disopra del capitello, nell’architrave e nel fregio.

Allineata con i capitelli, e tangente all’estradosso del portale, corre una fascia a riquadri rettangolari decorati a motivi vegetali e geometrici; nella zona del fregio, invece, sono due busti femminili e altrettanti maschili: i primi all’interno di tondi e in posizione frontale, i secondi con il profilo rivolto verso l’ingresso; i due al centro guardano verso lo stemma della famiglia Dell’Abate che, in corrispondenza della chiave dell’arco, determina l’interruzione dell’architrave.

Nelle porzioni laterali il muro ha un’altezza minore (eleganti volute “a catena”, decorate con stelle a sei punte, fungono da raccordo) ed è sovrastato da due stemmi con alberi stilizzati e roselle a otto petali.

Oltrepassato il portale, il giardino si presenta come un’isola beata, un luogo di rifugio dalle tempeste del mondo, simbolo del paradiso e del cielo, con i due assi principali corrispondenti alle coordinate celesti (quello maggiore con orientamento nor-sud) e un pozzo al centro, all’incrocio dei viali.

Le zone interne dell’impianto quadripartito sono caratterizzate da vialetti bordati da di forma irregolare: la sistemazione di fine Ottocento è conseguente a un ridisegno del giardino ad opera della famiglia Zuccaro e deve aver coinciso con la sostituzione delle piante da della redazione settecentesca con piante ornamentali.

Nel recinto della masseria Brusca convivono all’interno di uno stesso spazio sia una zona che si ispira al giardino all’inglese sia l’area che mantiene i caratteri formali del giardino all’italiana, infatti troviamo  la geometria e la simmetria delle aiuole da un lato, il tracciato irregolare dei sentieri interni dall’altro.

Il carattere misto connota anche la varietà delle specie arboree: dal folto e rigoglioso sottobosco emergono conifere e piante esotiche, acanto e pini insieme alla canna indica e alle palme.

I due viali principali terminano con nicchie ad archi mistilinei e sedute laterali; quella a immette in un vano quadrato che consente di accedere al frutteto. Le nicchie laterali sono sovrastate, al centro del fastigio, da uno stemma; in quella a fondale del viale maggiore è una statua della Madonna.

Il sipario nella nicchia fa da ouverture anche alla lettura di questo hortus conclusus in chiave teatrale. L’idea di teatro è non solo nelle edicole, ma soprattutto nell’incrocio dei viali con al centro il pozzo, attorno al quale si distribuiscono dodici figure: le statue dei Continenti e otto busti di divinità, attori e spettatori al tempo stesso, intervallate da otto sedili destinati ad altrettanti attori-spettatori pronti a interloquire con i convitati di pietra.

All’interno dei quattro settori troviamo la sequenza busto-sedile-statua-sedile-busto. La disposizione delle sculture a gruppi di tre in ogni quarto di cerchio segue una logica in base alla quale i Continenti sono affiancati da un busto maschile e da un busto femminile: l’America da Vertunno e Pomona, l’Africa da Diana e Silvano, l’Asia da Cerere e Bacco, l’Europa da Flora e Fauno.
Un giardino sacro da un lato e profano dall’altro, laddove il cielo sembra ridiscendere sulla terra incarnandosi in una galleria di figure mitologiche.

I busti maschili dei quarti di sinistra (Vertunno e Silvano) sono vestiti; quelli di destra (Bacco e Pan), al contrario, sono ignudi o semivestiti. La logica si inverte con i Continenti: America e Africa, a sinistra, sono ignude (o semivestite); Asia ed Europa, a destra, indossano abiti ricercatissimi.

Se i busti rappresentano divinità ricorrenti all’interno dei giardini, più inusuale è la presenza dei quattro Continenti, ai quali sono solitamente preferiti altri gruppi tetradici (gli Elementi, le Stagioni). Alcune divinità sembrano tuttavia sostituirli in forma mimetica. Le Stagioni, ad esempio, sono evocate dai fiori (e dalla stessa Flora, spesso scambiata per la Primavera); dalle spighe che coronano il capo di Caere (l’Estate); dall’uva che Bacco reca in mano (l’Autunno); dalla figura di un vegliardo nelle vesti di Fauno (l’Inverno). Si tratta di busti che occupano tutti i due quarti di destra.

Con l’Europa al centro, l’allineamento di Flora e Fauno, sovrani del mondo vegetale e animale, sembra rimandare al dualismo flora-fauna, giovinezza-vecchiaia. Flora è l’eterna Primavera, simbolo dello splendore della floridezza, delle gioie della vita. Ha il capo cinto da una ghirlanda (motivo legato alle Floralia, le feste in suo onore) e regge con la sinistra una cornucopia con fiori lussureggianti; la destra è portata al petto (sull’altro lato anche Vertunno regge una cornucopia). Il suo è un giardino dai mille colori, nel quale fioriscono non solo i fiori ma anche – cosa significativa all’interno di una masseria – il grano e le vigne. Tra i doni che la dea offre agli uomini, insieme ai fiori, è anche il miele.

Per altro verso Fauno è un vegliardo, col volto scavato e sofferente e caratterizzato da una barba lunga e incolta, dai capelli arruffati, dalla pelle cadente, dalle orecchie appuntite, dalle corna, dalla coda di capro e dal braccio sollevato verso l’alto (il sinistro è mutilo). È il dio della pastorizia, protettore delle greggi e dei pastori (in un disegno settecentesco della masseria è riportato l'”ingresso delle pecore”, a conferma dell’importanza dell’allevamento).

Il secondo quarto di cerchio è occupato dall’Asia fra Cerere e Bacco. Con queste due divinità, simbolo dell’Estate e dell’Autunno, del pane e del vino, si ripropone un’associazione ne nel segno dell’abbondanza e della fertilità della terra. Il mito di Cerere-Demetra è spesso associato a quello di Bacco e Dioniso, col quale la dea viaggia a lungo.

Carere ha sul capo una corona di spighe, figurando la maturazione del grano e l’imbiondire delle messi. L’abito leggero lascia intravedere i seni (evidente il riferimento alla calura estiva). Nella destra teneva forse un mazzo di papaveri, suo attributo e simbolo anch’esso di alura; la sinistra è posata sul ventre. Elegante è l’abbottonatura fino a metà braccio. Venerata come dea dell’agricoltura che insegna agli uomini l’arte di coltivare, è personificazione della ricchezza del suolo.

Anche Bacco è simbolo della potenza inebriante della Natura e della linfa che gonfia i semi. Col braccio sinistro, mutilo, doveva probabilmente reggere il tirso (bastone torto con alcun sviluppo di edera a forma di pigna, simbolo di fertilità) e con la mano destra un grappolo d’uva. Anche la corona sul capo è formata da tralci di vite e grappoli d’uva.

Procedendo in senso antiorario, nel terzo settore l’Africa è inquadrata dai busti di Diana e Silvano. L’abbinamento è nel segno della caccia e del mondo oscuro e ombroso dei boschi e delle foreste, ma anche della protezione esercitata dalle due divinità sulle donne da un lato, sugli uomini dall’altro.

La dea reca una faretra sulle spalle mentre un cane è alla sua sinistra.

Silvano (dio delle silvae), il braccio sinistro sul retro, regge un mazzo di spighe (il è mutilo). Indossa una tunica aperta sul davanti ed è inghirlandato con una corona di foglie dalla quale pendono frutti. Presiede alla vegetazione dei boschi, delle foreste, dei campi e protegge le greggi.

L’America è affiancata dai busti di Pomona e di Vertunno. Pomona regge nelle mani un frutto e un ramo fruttifero; l’abito è ricco di panneggi e un’ampia scollatura asseconda la curva del collo. È dea dei giardini, degli orti e dei frutti, dell’abbondanza e della vegetazione. Vertunno sostiene con la destra una cornucopia e con la sinistra un mazzo di frutti. In testa ha una corona di foglie. È il dio del divenire (da che favorisce la trasformazione ne dei fiori in frutti (i giardinieri gli dedicavano i primi fiori e i primi frutti) e presiede al succedersi delle stagioni.

Nel “teatro” di Brusca, l’interesse maggiore sotto il profilo scultoreo è costituito tuttavia dalle statue dei quattro Continenti.

Se Europa è “prima, e principale parte del Mondo”, nel giardino di Brusca la sequenza segue un andamento antiorario. È raffigurata come una regina con una elaborata capigliatura a onde e una corona sul capo. Il ricco abito reca sul corpetto – terminante a punta sul davanti e sul retro — un raffinato disegno a motivi romboidali (a quadrifogli sul vestito). Il colletto a pizzi — presenti anche sul polso – riprende il motivo della corona, decorata con una fascia di piccole bugne. Un vistoso fiocco è annodato sulle braccia. La preziosità dell’abito è metafora delle ricchezze del Continente; con la sinistra più che recare, secondo una consolidata iconografia, “un bellissimo tempio”21, doveva stringere fra le mani uno scettro, mentre con la destra sostiene un grappolo d’uva.

Anche l’Asia, come l’Europa, indossa dalla vita in giù una ricchissima sovratunica segnata sul davanti a intervalli regolari da cinque fiocchi che arricchiscono una fascia verticale a merletto; un altro merletto traforato, scivolando dal turbante ornato di pietre preziose, si allunga fino ai piedi con la morbidezza di un velo appena trattenuto dalle dita di una mano. Le braccia sono scandite da una sequenza di annodature “a croce di sant’Andrea”. La ricchezza dell’abito e delle pieghe contrasta con il corpetto liscio sul quale poggia un cammeo ovale, mentre una collana di perle segue l’andamento del collo. Il Ripa la descrive “vestita di habito ricchissimo/ tutto ricamato d’oro, di perle, & altre gioie di stima”. L’incensiere che porta con la mano sinistra (il braccio è parzialmente mutilo) “dimostra li soavi & odoriferi liquori, gomme & spetie, che producono diverse provincie. Et particolarmente dell’incenso, che basta abbondantemente pej sacnficj a tutto il mondo”.

Se Europa e Asia si caratterizzano per la ricercatezza dei loro abiti, l’Africa è seminuda con un mantello che, partendo dalla testa, si adagia sulla spalla ed è tenuto dalla mano destra; il tessuto è decorato a motivi Sulla testa ha un sole raggiato (è visibile uno degli occhi): “È detta Africa, quasi aprica, cioè vaga del Sole, perché è priva del freddo, ovvero è detta da Afro”. Con la sinistra sostiene a mo’ di trofeo un ramo con fiori e frutti (il Ripa le attribuisce una “cornucopia piena di spighe di grano”). Ai suoi piedi si intravedono i resti di alcuni serpenti velenosi.

Anche l’America è ignuda, con una lunga capigliatura che scende sulla schiena e la testa coronata di piume; a differenza degli altri Continenti, appare in movimento. Unici ornamenti, un laccio all’altezza dei polpacci e un bracciale al polso sinistro; il busto è traversato diagonalmente da una fascia destinata a una faretra. La figura è ignuda, spiega ancora il Ripa, “per essere usanza di quei popoli d’andare ignudi”. La presenza del pappagallo ai piedi della donna si lega alle piume variegate del copricapo. Con la destra tiene la testa di un Indio dalla lunga capigliatura e con gli occhi semichiusi (che il Ripa pone “sotto il piede”). La macabra rappresentazione “apertamente dimostra di questa barbara gente la maggior parte usata pascersi di carne humana”; con la sinistra, mutila, doveva reggere un arco o una freccia. Ai piedi, è un braccio monco, mentre sul retro è una grande lucertola “overo liguro, […l animali tra gli molto notabili di quei paesi, percioché sono cosi grandi & fieri che devorano non solo gl’altri animali; ma gli huomihi ancora”.

di Vincenzo Cazzato – Andrea Mantovano

tratto da ” Giardini di Puglia “

Mario Congedo – Editore –